PELLICO, 1866, Dei doveri degli uomini. Discorso ad un giovane

Nella nostra bibliotechina domestica, a Coi, c’è una copia del prezioso libretto Dei doveri degli uomini. Discorso ad un giovane di Silvio Pellico di Saluzzo / con brevi cenni sulla vita e sulle opere dell’autore / dell’abate Giacinto Longoni; Milano, da Giocondo Messaggi, Tipografo-Librajo, 1866.

Libro, come ho appena detto, prezioso, direi quasi immortale, che già a suo tempo ebbe vasta fortuna editoriale, e quindi di lettori. Esso riporta al frontespizio una citazione del libro antico-testamentario della Sapienza (c. 1, v. 15), ovviamente (per l’epoca) in latino: «Justitia enim perpetua est et immortalis»; ed ecco il concetto di immortalità da me applicato al libretto come valutazione sintetica del suo altissimo valore.

Il libretto è diffuso anche in internet e qui lo diffondo nel suo PDF.

Nella prefazione l’autore sta sul saggiamente modesto, e quindi sul bonariamente sincero e persino sull’affettuoso: « Questo discorso è diretto ad un solo, ma lo pubblico sperando possa eser utile alla gioventù in generale. / Non è un trattato scientifico, non sono indagini recondite su i Doveri. Mi pare che l’ obbligazione di essere onesto e religioso non abbia d’uopo di venir provata con ingegnosi argomenti. Chi non trova tai prove nella sua coscienza, non le troverà mai in un libro. È qui una pura enumerazione de’ doveri che l’uomo incontra nella sua vita ; un invito a porvi mente, ed a seguirli con generosa costanza. Mi sono proposto di evitare ogni pompa di pensieri e stile. Il soggetto sembrami esigere la più schietta semplicità. / Gioventù della mia patria, offro a te questo piccolo volume, con desiderio intenso che ti sia di stimolo a virtù e cooperi a renderti felice. »

La copertina dell’edizione del 1866 reca l’immagine, incisa sul cartone, di un angelo annunciante la verità, in forma di angelo che suona una tromba d’argento

Riporto qui per esteso l’introduzione dell’abate Giacinto Longoni, accompagnata da questa nota dell’editore: «Essendosi reso defunto l’Autore, l’Editore si fa un dovere di presentare al lettore dei brevi cenni sulla Vita e sulle Opere di lui».

BREVI CENNI SULLA VITA E SULLE OPERE DI SILVIO PELLICO DELL’AB. GIACINTO LONGONI

Proporre ai giovanetti chiamati ai più belli destini, alle speranze de’ genitori e della patria, nobili esempli e generosi sentimenti che giovino ad eccitare fiamma di lodevole emulazione, ci parve utilissimo scopo ; ed è perciò che ai buoni consigli e precetti, dettati da uno scrittore, testé rapitoci dalla morte, abbiam voluto far precedere la vita, la quale, non solo richiamaci la memoria di un uomo sì illustre, ma ci dimostra altresì, come i Doveri, qui proposti al giovane, furono suggeriti da un nobile e generoso cuore che ai dettami univa la purezza e il candore de’ costumi, un animo forte e paziente che usciva come l’oro purificato dal crogiolo delle amarezze e delle sofferenze.

Nella città di Saluzzo che sorge non lungi dal fiume Varaita, capitale un tempo di tutto il marchesato ed ora semplice capoluogo d’una provincia del Piemonte, ebbe i suoi natali Silvio Pellico nell’anno 1789.

Siccome dalla natura sortia sventuratamente gracile tempra ; così la sua infanzia fu bersagliata da molte infermità ; dalle quali però, mercé le cure assidue di una amorosa madre, poté scampare. Col crescere degli anni andò sempre più acquistando forza e vigoria, onde i suoi genitori non ebbero più a temere per la sua gracilità.

Ei fu educato da prima in famiglia insieme agli altri suoi fratelli : ma avendo il padre suo ben presto scoperto in lui un ingegno precoce e superiore a ciascun de’ suoi figli, volle coltivarlo in particolar modo facendolo istruire nelle umane lettere e nelle filosofiche scienze. Compiuti ch’ebbe Silvio gli studii, ne’ quali diede prova di talenti e di poetico genio, sentì l’ardore di viaggiare e recossi pertanto in Francia.

Colà, assorto nel vortice degli allettamenti, nelle dissipazioni di una vita elegante, trascurò per qualche tempo i suoi prediletti studii, siccome narra egli medesimo ; ma fortunatamente a trarlo da quella sua inoperosità ed indolenza giovogli più che mai la lettura di un carme sublime, inspirante vivamente l’ amore della gloria, i Sepolcri di Ugo Foscolo, usciti allora alla luce e mandatigli dal suo fratello Luigi. Avendo egli letto e riletto più volte que’ robusti versi misteriosi come le tombe che celebrano, versi che ebbero la forza di animare la musa del Pindemonte e del Torti, sentì egli pure eccitata l’anima a fantasticare, a scrivere, e da quell’istante conobbe d’essere poeta. Tornato quindi con entusiasmo e calore agli antichi studii de’ classici italiani, a Dante, Petrarca, Tasso ed Ariosto, non che alla lettura dei moderni, specialmente d’Alfieri, cominciò invigorir l’ingegno. Dopo aver fatto qualche soggiorno in Lione presso un suo zio materno, volle rivedere l’Italia, alla quale avea sempre tenuta rivolta la mente.

Piacquegli recarsi da prima alla patria sua : ivi trattenutosi egli per qualche tempo, volle visitare Milano, ove fermossi, sendo ricercato come precettore di Odoardo Briche e dei figli del conte Porro, che amò qual padre, avendone in ricambio tutta l’amorevolezza figliale.

Due letterati che a que’ tempi riempivano del loro nome l’Italia e tenevano soggiorno in que’ dì nella città di Milano, ammirando il talento del giovine Pellico e più ancora il mite suo animo, il nobile carattere, la familiarità e dolcezza dell’indole sua, virtù che lo facevano amare da quanti il conoscevano, si fecero tra loro a disputarsi la amicizia di lui. Silvio però, dilicatissimo qual era, sebben cercasse di non mostrare preferenza per alcuno e fosse spesse volte il pacificatore delle loro contese letterarie, sentiva però maggior simpatia per Foscolo sì pel carattere ardito e magnanimo di lui, come per la consonanza delle opinioni e dei talenti che ravvisava in Ugo.

Veggendo come i suoi due amici eransi consacrati in allora di preferenza alla drammatica letteratura, quasi per riempire il vuoto lasciatovi dal sommo astigiano ; egli che più d’ogni altro genere sentivasi chiamato a calzare il tragico coturno, animato altresì dalla celebre attrice Carlotta Marchionni, pose mano a scrivere la Francesca da Rimini. Sebbene taluno lo dissuadesse dal trattare simile argomento dicendogli : che non dovesse pescare nelle bolge di Dante, né prendere argomenti dal medio evo ; ei nullameno seguì l’opinione propria, e fu uno di quelli che cominciò ad inalberare lo stendardo del romanticismo ; se non nella forma, almeno negli argomenti, e ad intimare aspra guerra ai rettori, alla schiavitù dei precetti, alle deità del paganesimo.

Eravi in allora una turba di classicisti, di rettori e grammatici, che uscivano in gran parte dall’accademia Arcadia e non sapevano di essere cristiani e di vivere nel secolo XVIII. Parini solo aveva scosso il giogo della vecchia scuola.

La Francesca da Rimini fu rappresentata per la prima volta al Teatro Re ed ebbe applausi vivissimi, sendo stata interpretata come si doveva dalla somma attrice Carlotta Marchionni, la quale recandolo da poi con sé, quel tragico lavoro comparve su tutte le scene d’Italia destandovi l’entusiasmo, che formò poscia la fama del giovane poeta. Ognuno vide in lui il genio che dopo la morte di Alfieri veniva a riempiere il vuoto di quel sommo italiano, cercando d’ingentilire quanto poteva l’aspra fierezza che si voleva criticare nel verso del tragico astigiano.

Alla Francesca da Rimini susseguirono le altre tragedie: l’Eufemio di Messina, l’Iginia d’Asti, l’Ester d’Engaddi, la Gismonda da Mandrisio, il Leoniero da Dertona, e l’Erodiade. Le tinte delicate che si ravvisano nella Francesca da Rimini furono adombrate con colori più cupi, spiranti tutto il terribile di una passione divorante nell’Eufemio di Messina in cui ci rappresenta l’irruzione dei Saracini in Sicilia avvenuta nell’825 per mezzo di un guerrier siciliano per nome Eufemio, che irritato contro i propri concittadini andò in Africa e postosi alla testa dei Saracini, li condusse in Messina. Nell’Iginia d’Asti rappresentò le crudeli fazioni, le lotte fraterne, le guerre cittadine distruggitrici della grandezza delle nazioni, e specialmente dell’Italia ; nell’Ester d’Engaddi la gelosia : così pure in tutti gli altri suoi tragici componimenti dipinse fasi e passioni più o meno originali, sebbene alcuni critici incolpino il Pellico di avere nelle sue tragedie presentate le passioni dell’individuo e non più : ma fa duopo riflettere che in allora il regno dei rettori e delle vecchie teorie del classicismo non era ancora tramontato, che Monti fulminava nel suo Sermone sul romanticismo l’audace scuola boreale e il Foscolo non trattava in allora che argomenti greci, quali furono il Tieste, e l’Ajace avendo molto dopo scritta la Ricciarda.

Nella bellissima epoca in che il Pellico avea dilatata la sua fama, fece in Milano la conoscenza colla Staël, che andava pellegrinando per Italia che poi descrisse nella sua Corinna, e con Lord Byron, al quale venne presentato nella casa del signor Lodovico Brême, come leggiamo dalle lettere di lord Byron. In una delle conversazioni in che parlavasi dei varii dialetti d’Italia, si facevano gli elogi del Balestrieri, e di Carlo Porta. Silvio Pellico disse a Byron :

– Il più gentile dei dieci o dodici dialetti, la cui esistenza è ignorata al di là delle Alpi, è il Veneziano.

– Avremo dunque, rispose Byron, qualche poeta comico vivente?

– Oh! sì ; risposePellico, e ben bravo ch’egli è : ma non potendo rappresentare le sue commedie le scrive in forma di satire. Chiamasi costui Burati e va ogni tratto in prigione. Gli scritti di questo poeta vernacolo furono letti da Byron lorché fermossi a Venezia : servirongli poi per tessere alcuni de’ suoi poemi più belli. Byron sentì pel dilicato poeta, per l’autore della Francesca da Rimini molta stima ed amicizia. Fra dodici o quindici giovani che spesso radunavansi alla Scalanel palco del signor Brême, volgevasi di preferenza il nobile lord al giovane Silvio.

Fu in quest’ epoca che una grave sciagura venne a colpirlo. A tutti sono noti i miserandi casi da lui descritti nel suo magico libro, Le mie Prigioni, libro scritto con tanta e sì bella semplicità che ad ogni tratto trapela da esso l’anima candidissima dell’autore, il cristiano pensiero che lo ha dettato. Non vi traspira alcun rancore, alcuna avversione, è per così dire un pratico insegnamento di rassegnazione ai mali della vita, una scuola sublime di sofferenza contro coloro che si irritano e bestemmiano al menomo urto, alla più lieve disgrazia che viene a opprimerli. Chi non rimane tocco al ritrovo dei due amici, alla storia della povera Maddalena e della Zanze?

È cosa ammirabile invero il vedere come un poeta tragico, d’anima ardente, pieno di sensibilità potesse assumere tanta annegazione di sé stesso, vestirsi di tale dolcezza e bontà d’animo per dettare pagine sì commoventi e spiranti le più pure e cristiane virtù insegnateci da Cristo nel Vangelo.

Il piccolo trattato dei Doveri di un giovane che detto da poi, ch’ebbe dato Ia bella prova di fortezza d’animo, di rassegnazione, può dirsi il corollario delle sue Prigioni, perocché sono gli insegnamenti ed i precetti che emanano dalla pratica da lui mostrata in quel lungo tratto di sua vita dolorosa. In questo libro, sebbene di breve mole, trovansi in succinto tutti i consigli necessarii alla vita domestica, socievole e politica del giovinetto, i modi coi quali deve comportarsi, le amicizie, ch’ei deve evitare, le magnanime virtù da seguire, il generoso perdono da accordare ai nemici, la forza d’animo nelle avversità. Tali sono in breve i doveri ch’egli propone al giovane ben educato, doveri tutti attinti alla scuola del Vangelo.

Malgrado l’indebolimento delle sue forze, scrisse oltre le accennate opere molte Cantiche, che aveva meditate nelle sue veglie e nella solitudine. Con queste poesie, scritte in versi sciolti, diceva aver voluto accennare la via agli ingegni che volevano consacrarsi al genere narrativo, alle pitture dei caratteri e dei costumi. Infatti può dirsi di avere egli col suo ingegno altissimo additata la via che seguirono il Tedaldi Fores, il Carrer, ed i viventi poeti Prati ed Arnaldi coi loro racconti che diedero in luce.

Negli ultimi suoi anni della vita che scorsero placidi e sereni, consacrati al culto della virtù e della religione, della quale aveva appreso le delusioni di una vita tumultuosa, sebbene si riposasse sugli allori ottenuti, non lasciò per questo di scrivere molti altri lavori inediti fra i quali accenneremo i Francesi in Agrigento, episodio della guerra napoletana all’epoca dei Vespri Siciliani. Raffaele da Siena, in cui sfolgoreggia la figura gigantesca di Dante. Il Corradino, Pia de Tolomei, il Boezio, componimenti tragici che lasciò incompiuti. Scrisse altresì alcune Memorie della sua vita intitolata : Visite, ed un romanzo che svolge la storia dei primi tempi della rivoluzione francese, della quale egli fu testimonio oculare. Ignoriamo però se tutti questi lavori da lui lasciati inediti sieno compiuti.

Checché ne sia però, ciò basta per confutare l’asserzione di coloro che lo accusano di avere languito nell’ozio per ben vent’anni dopo la pubblicazione della sua opera più bella Le mie Prigioni. Forse ei temeva produrre cose minori di merito di quelle già date, e perciò restavasi dal pubblicare le inedite, come è degli uomini d’alto ingegno che divengono pressoché incontentabili, temendo sempre di minorare la fama già acquistata.

Siccome erasi sparsa voce della sua morte, mentre vivea ancora, vi fu quindi chi disse : che egli, per non ismentire l’ode fattasi per la sua creduta morte, si fingesse morto al secolo.

Noi crediamo però che la causa di questo suo silenzio provenisse da una fatale delusione e da un ascetismo religioso al quale negli ultimi anni di sua vita erasi consacrato, o per meglio dire da una umiltà di sé medesimo che appalesò in sommo grado dopo i fieri disinganni prodotti dalla sua lunga sventura.

Morì egli nella sua patria ai primi di febbraio del 1854 compianto da tutti i buoni che lo conobbero per le sue belle virtù dell’animo, per le chiare doti dell’ingegno. La sua memoria sarà venerata dalla sua patria, dall’Italia intera per cui sentiva tanto amore e alla quale ha consacrata tutta la potenza del suo genio, non tralasciando fatica per darle quanto poteva.

***